Ciao Mamma – Lettera di una giovane emigrata

Andare o restare?Sono ore difficili per la povera Italia. Si, povera e ingovernabile. A guardarla da lontano fa tanta tenerezza. Ma anche tanta rabbia. Mai un segnale di ripresa, nessun uomo politico che accenda una speranza concreta. Discorsi autoreferenziali, se non di pura sfida, privi di un progetto serio e lungimirante. La nostra politica è quella della sopravvivenza, che non sa guardare oltre il proprio naso. E intanto che nell’olimpo parlamentare tutto crolla, la valanga scende a valle, veloce e violenta si ingigantisce, nutrendosi di un popolo intero e delle sue inascoltate richieste di aiuto. Povera Italia. E pensare che eravamo i conquistatori del mondo un tempo! Noi custodivamo i fasti della Roma Caput Mundi. Depositari di una cultura e di un’arte di inestimabile valore, che il mondo intero ci invidia, ma in cui, tristemente, non siamo più interessati a investire. L’unica ricerca che conosciamo in Italia, è quella del successo o della botta di fortuna, quella che potrebbe liberarti dal faticoso obiettivo di arrivare a fine mese. L’Italia sembra non essere il paese in cui l’idea, l’ingegno, il fare vengono premiati. Il giovane talento, quello che dà la libertà e la voglia di reagire all’imbarbarimento, è poi quello che, passo dopo passo, ti fa macinare migliaia di chilometri lontano dalla tua casa, da quella tanto decantata “Bella Italia”.

Così è capitato a me, a noi. Quella società, che ha i suoi miti nella diva scosciata e nel tronista di turno, proprio ci andava stretta, e va stretta a sempre più giovani, quelli istruiti senza lavoro, a quelli che hanno tante idee in testa ma in cui nessuno crede, quelli che, pur lavorando, devono sentirsi fortunati, anche se a gestirli è colui che non ha nemmeno la metà dei suoi titoli. Ci siamo resi conto che senza seguir “Virtute e Canoscenza” eravamo destinati a viver come ”Bruti”. Si, perchè la cultura e i valori veicolati da chi gestisce i mezzi di comunicazione di massa in Italia, giorno dopo giorno, livella tutti, rincretinendoci in un valzer virale che ci rende ciechi e sordi, incapaci di capire che, quanto offerto, distrae e non semina nulla di importante.

Ciao mamma, guarda come emigro

Allora si va via. “Ciao Mamma, guarda come emigro” canterebbe oggi Jovanotti! E’ difficile, ma nell’irruenza e nella ingenuità degli anni giovanili tutto è più semplice. Anche se arrivano momenti in cui pure la forza giovane viene messa a dura prova. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Sono infiniti e sempre lo saranno, i giorni in cui ti scontri con una cultura in cui a un certo punto sei convinto di esserti integrato, ma che, ogni giorno, ti stupisce, ricordandoti che con la tua non ha un briciolo di cose in comune, nel bene e nel male. Un appuntamento non si improvvisa, si programma settimane prima, nei mezzi pubblici si sta in silenzio e non si parla al cellulare ad alta voce, non si saluta col bacio, ma semplicemente accostando il tuo corpo a quello dell’altro, a mo’ di abbraccio, ma senza il calore del sentimento nostrano, ti togli le scarpe per entrare in casa, ti presenti ai nuovi vicini con una lettera di benvenuto e con una stessa lettera li avverti quando terrai una piccola festicciola a casa, scusandoti in anticipo, se voci un pochino più alte di qualche membro in più, potranno infastidire qualcuno. Regole, regole, regole. E ti chiedi “ma dove è finita quell’italianità caciarona che ostenti a casa tua a gran voce e con tanto calore?” La vita fà lo slalom tra le nuove regole, divenendo d’improvviso più ordinata, ma nella sua nuova e ferrea organizzazione, meccanica e senza colpi di testa, da poter raccontare al bar agli amici. Ammesso che esista! Il bar è un puro miraggio, quel bar, inteso come luogo in cui ci si conosce tutti da una vita e, dove insieme agli amici di sempre, tra chiacchiere scambiate ad alta voce, sorseggi il caffè italiano, lasciando pochi centesimi sul piattino di una bevanda che non avrà mai più lo stesso gusto altrove. Le nuove regole ti cambiano. Devi osservarle per intergrarti. Per forza. Non puoi vivere altrimenti. E quindi impari a convivere con le tue due personalità. La tua, quella di sempre, che viene fuori non appena arrivi all’aeroporto a Natale, quell’aereoporto in cui ti aspetta l’intera famiglia anche il cane! Quel calore ti accoglie piacevolmente, facendo sciogliere la tua nuova maschera, quella che metti su quando vai via, in quanto cittadino di un nuovo mondo, più europeo e meno di borgata. Vai via e parti dall’alfabeto. Torni bambino e,dopo diploma e master, ti ritrovi tra i banchi di scuola a formulare frasi del tipo “Ciao a tutti, mi chiamo Bianca e vengo dall’Italia”. Frasi da asilo, solo che hai 30 anni e attorno immigrati come te in cerca di una vita migliore, quegli immigrati che in Italia, forse, non hai mai capito veramente, non immaginando mai di ritrovarti un giorno al posto loro. Spagnoli, afghani, arabi, turchi, polacchi, russi, inglesi, francesi. Diventano tutti tuoi amici. Con loro, tra errori e accenti diversi, impari a parlare di nuovo. In quelle scuole di lingua vieni al mondo per la seconda volta ed è li che ricevi il tuo secondo battesimo. Li ricordo tutti quei giorni e ricordo ogni singola storia che mi è stata raccontata. Aris vissuto durante la Guerra a Sarajevo, di cui sulle gambe porta ancora i segni, Georgi, rumeno con una forza assurda di volontà e tanta voglia di emergere. Ancora un grande amico. Ricordo anche la frustrazione di voler esprimere pensieri complessi, quelli che sei sempre stato abituato a formulare, ma che, purtroppo, non ci stanno in quelle poche parole che fanno parte del tuo nuovo vocabolario di lingua straniera. Ricordo anche la sensazione, quando uscivo di casa, di sentirmi completamente sola, eppure in mezzo alla gente, perchè quei cartelloni pubblicitari, quei discorsi origliati di sfuggita, non raccontavano nulla al mio orecchio e ai miei occhi di straniera. Ricordo anche le parole di alcuni che, sfoggiando un vecchio italiano,, imparato in qualche passata vacanza sulla riviera romagnola, rispondevano al mio “sono italiana” con le classiche parole “mafia, bunga bunga, mangiare, bella Italia, pizza e mamma mia”….E allora speri che di quell’Italia che ti ha abbandonato e che tu a tua volta abbandoni, pur amandola, non resti solo una manciata di stupidi stereotipi. Nonostante le mille difficoltà, non ho mai rimpianto di essere andata via, anche se mi sono resa subito conto che quel paese tanto maledetto mi mancava, imparando ad apprezzarlo ancora di più. Quando sei lontano ti manca quello che quando eri a casa manco sapevi di avere. La passeggiata in riva al mare la domenica, togliere il cappotto ad Aprile per rimetterlo a Novembre, il babà e la sfogliata del giorno di festa o l’aperitivo tra pizzette e rustici del Venerdì sera, il ragù della mamma, l’abbraccio dei nipoti, la gioia di una cena in famiglia tutti insieme, i sapori della cucina mediterranea, la frutta che sa di frutta, l’odore degli agrumi, il sapore di un pomodoro esaltato da quel filo di olio d’oliva, il cappuccino, svegliarti la mattina e vedere il sole che splende nel cielo limpido e scoprirti felice senza motivo. E allora, presa da tanta tristezza, cerchi di compensare e di recuperare il buon umore, ricordando quanto la tua vita sia cambiata in meglio e facendo la lista delle cose che ti piacciono di quel paese che ti ha comunque accolto, rispettandoti in quanto cittadino, più di quanto non abbia saputo fare la tua madre patria. Bè, in effetti il bus passa in orario e, quando ritarda, puoi inviare una lettera di reclamo, perchè non è inutile, ma fa parte dei tuoi diritti e doveri di cittadino e non passerà inosservata; quando non mi va di andare a lavoro col bus o col treno, posso prendere la bici “comunale”. La città è piena di stazioni in cui sono parcheggiate bici che tutti possono utilizzare, iscrivendosi al sito della società che gestisce il servizio gratuitamente, e mentre ci pedali pensi a che fine avrebbe fatto quella bici nella tua città! E se proprio non ti và di bruciare calorie, puoi prenderti una smart per lo stesso principio col quale vengono gestite le bici comunali. Sui bus librerie piene di libri da consultare durante il tragitto, ai semafori tutti aspettano il verde per attraversare sulle strisce, ovviamente, e nei luoghi pubblici si fa la fila e tutti la rispettano. Quando invii il tuo CV, ti rispondono, anche se non sei il candidato prescelto. Se qualcuno ti urta ti chiede scusa. Stare in buona salute è un diritto da garantire al cittadino, rientra tra i punti programmatici del governo, e allora puoi iscriverti alla palestra pubblica (pulita e funzionante come il migliore dei club privati), che costa poco più di 8 euro al mese. Quando ti presenti ad un colloquio di lavoro, la tua formazione desta interesse. Qui non sei uno dei tanti ad aver conseguito un titolo cosi “inflazionato” come un master o un dottorato di ricerca. Ma, soprattutto, qui hai un lavoro retribuito e in regola e non hai bisogno di essere il figlio di tizio o di caio per averne uno. Sono queste cose che ti tengono qui fisicamente, anche se il tuo cuore viaggia sempre oltreconfine da mammà. Razionalmente non puoi andare via. Perchà sai che quel sole, senza i diritti fondamentali che uno stato dovrebbe garantire ai propri cittadini, non lo apprezzeresti, perchè affannato da mille altre preoccupazioni. In effetti, se ci pensi sotto quel sole c’erano giorni che non te la passavi proprio bene: la lotta per un piccolo posticino da stagista per pochi euro e per pochi mesi, correre tutto il giorno tra università e lavoro o almeno ci provi, perchè i mezzi pubblici boicottano ogni giorno i tuoi impegni. Scioperi o corse dimezzate per mancanza di soldi per il rifornimento o per pagare gli impiegati, quindi licenziati. Che poi sul bus è una lotta tra il borseggiatore che vuole fotterti e lo slalom pericoloso, come nemmeno una gippata nel deserto di sharm sa essere, tra le voragini di un asfalto che nessuno si degna di mettere a posto, file interminabili allo sportello, dove c ‘è sempre il furbetto a cui proprio non va di aspettare il suo turno e deve passarti avanti di prepotenza. Ogni semaforo è una tortura tra profughi senza gambe e poveri lavavetri che, all’ennesimo incrocio, non hanno più nulla da pulire, nemmeno le tue tasche, e poi svolti l’angolo e vedi uno stradone deturpato di rifiuti, che non sai dove mettere i piedi o dove incontri il bullo di turno che ti guarda con fare minaccioso. Alla macchina parcheggiata mancano le ruote, si, mancano le ruote, perchè le hanno rubate e allora ti si cadono le braccia….questi i semplici affanni quotidiani, per non parlare delle difficoltà serie, di quelle che ti fanno fare i conti con la gestione economica di una famiglia che vive con un solo stipendio, la metà del quale destinato a coprire l’affitto e nel caso migliore un mutuo (almeno vivi con la speranza che del tuo sacrificio, qualora dovesse andare a buon fine, ne godranno i tuoi figli)…il sistema sanitario, l’istruzione.

Questi sono i pensieri di un’emigrata come me. Felice di essere andata via, ma sempre con lo sguardo all’indietro, verso i propri affetti, a lottare con le sue crisi di identità, tra la sua educazione e i suoi nuovi valori culturali, con la voglia di tornare, ma con la consapevolezza di essere troppo lontana da quel mondo in cui ha vissuto per trent’anni, ma che, nonostante tutto, non può più essere casa sua.

In fondo non è cambiato molto dagli anni della valigia di cartone. Oggi abbiamo la fortuna di raggiungere ogni posto in meno tempo, di sostituire alla romantica lettera un messaggio su whatsapp e la vecchia foto in bianco e nero con un giro in instagram o una videochiamata con la mamma, che, per disperazione, si improvvisa internauta e tecnologica a 60 e passa anni. Tutto si trasforma, ma i sentimenti che accompagnano delle scelte, come quella di andare o restare, sono sempre uguali, si conservano intatti nel tempo. Voler andare via, ma la tristezza di lasciare casa propria.”Ce ne costa lacrime st’America” cantava Mario Merola. Eppure andare, viaggiare, significa crescere. E’ essenziale oggi. Solo allontanandoti, acquisti visione d’insieme. I social network sono pieni di gruppi di italiani nel mondo che si scambiano esperienze e opinioni, che si tenono compagnia pur essendo tutti così lontani. Sono gruppi in cui, ogni giorno, si accumulano richieste di aiuto da parte di chi vuole compiere questo grande salto nel buio, ma ha paura e non sa come fare. Si, perchè quando si va via per esigenza e non per curiosità, certe scelte hanno il sapore dell’ultima chance, di quella ultima carta che ti giochi, che, se va bene, sei fortunato, ma, se va male, hai perso tutto, anche quello che non hai. Ci vuole coraggio per compiere un passo. Pazienza per sopportare. Umiltà per mettersi in gioco. Forza per superare l’ostacolo. La convinzione di farcela. La speranza per rimanere positivi. Per tutti questi connazionali in procinto di mettere in valigia amarezze e speranze, posto un’intervista fatta da Fabio Fazio all’architetto Renzo Piano. Belle parole. Mi auguro sappiate cogliere il suo invito a partire per scoprire, per capire prima di tutto sè stessi e per contribuire alla crescita necessaria di quella italianità buona che deve sapersi rinnovare e di cui dobbiamo farci portavoce e per la quale, condivido, ci sarà sempre posto nel mondo. Per non restare eternamente nani sulle spalle del gigante. E per tornare, si spera, un giorno.

 

Buona fortuna a tutti! E io…speriamo che me la cavo!

Immagine www.giuseppemoscato.comSimilar Posts: