C’era una volta la Campania Felix

Salva la terra dei fuochiIeri ero al supermercato. Mai avrei pensato di preferire i pomodori olandesi a quelli saporiti della mia terra. Li lascio lì, in quelle ceste, i protagonisti della dieta mediterranea, in quei barattoli, e penso alla loro storia a quando erano figli di quella madre chiamata Campania Felix, dove gli antichi romani e poeti come Leopardi venivano per costruire qui le loro residenze estive o per respirarne l’aria, per curare malattie e malanni. Come siamo lontani da quei tempi. Pensare che oggi si muore nel respirare quell’aria fatta di fumo, diossina, amianto. La mia terra brucia e in quei roghi si smaterializzano tutti i miei ricordi felici di bambina…a quando si correva a perdifiato in quei prati verdi giù casa e si tornava da mamma con le ginocchia sbucciate, e a quando assetati, si beveva alla prima fontanella, o stanchi, ci si sdraiava a terra di schiena a guardare in faccia il sole.

La chiamano “Terra dei fuochi”

I bambini della terra dei fuochi non possono più giocare felici, perchè a meno di dieci metri di profondità, sotto quei campetti di calcio, oltre lo steccato dei loro asili e a pochi passi dalle loro camerette, chilometri e chilometri di rifiuti tossici avvelenano le terre, le falde acquifere, l’aria che respirano. L’erba e il terriccio non sono più amici di giochi sfrenati all’aperto. Eternit, mercurio, metalli pesanti, percolato, abbandonati insieme ai rifiuti domestici, senza differenziazione alcuna, nelle discariche, a norma e non; vigilati da custodi corrotti e pagati per tacere; mescolati a gomme e a stracci intrisi di benzina, bruciano su quelle strade cittadine o su quelle statali, dove, ogni giorno, transitano cittadini per andare a lavoro, accompagnare i bimbi a scuola o andare a fare la spesa; sversati a largo delle nostre coste o nelle cave di tufo; ammassati in finte industrie di confetti, nelle case abbandonate e fatiscenti dei centri abitati, sui tetti su cui affacciano i nostri balconi; mescolati al cemento delle pareti delle case in cui viviamo; seppelliti sotto i terreni su cui si coltivano ancora oggi, nonostante siano stati interdetti da anni alla coltivazione, gli ortaggi venduti a soli 8 centesimi al chilo alle multinazionali e che arrivando freschi o surgelati nei supermercati di tutto il mondo, quei terreni nella stessa regione da cui nascono i doc, i dop e i docg, dalla mozzarella di bufala al greco di tufo, il nostro orgoglio nel mondo, quei terreni irrigati con le acque malsane dei pozzi anch’essi inquinati e interdetti, quei terreni coltivati con i fanghi tossici di Porto Marghera, spacciati per fertilizzanti agli agricoltori di Acerra, Nola e Marigliano, i comuni tristemente noti come il triangolo della morte della terra dei fuochi. Fortuna che la nostra terra e i suoi prodotti non sono tutti marci. Ci sono eccellenze che si salvano e che vanno difese. Il pachino, il pomodorino d’ò piennolo del Vesuvio che a vederli anche qui, tra gli scaffali di un supermercato estero, ti si apre il cuore.

Punire i colpevoli, pensare ai rimedi

Un genocidio, un’immane ecatombe paragonabile alla peste del ‘600 o alla sterminio degli ebrei, per l’elevato numero di vittime di ogni età coinvolte ogni giorno e che dovrebbero essere allontanate da queste zone da evacuare e da mettere in quarantena, marce come l’animo di chi è responsabile di questo scempio. Quelle zone andrebbero bonificate. Ci vorrebbero miliardi di euro per rimediare a questo danno creato da quello stesso uomo che adesso piange di dolore, che ha paura per sè e per i propri cari. Ci vorrebbe un governo saldo, fatto di persone competenti e oneste, che operano nell’interesse comune, avulse da quelle connivenze che finora hanno maltrattato e violentato una terra di immane bellezza. Chi sono i responsabili che stupidamente e avidamente hanno permesso tutto questo? Politici e istituzioni conniventi, la camorra, gli agricoltori che hanno messo a disposizione le proprie stesse terre per ospitare quei cimiteri sepolti, e quelli che, invece, ignari e indifesi, dovevano obbedire alla prepotenza dei soliti noti, chi ha visto e si è voltato, chi è stato pagato e ha taciuto, gli industriali che volevano smaltire a basso prezzo, le multinazionali che hanno alimentato e moltiplicato gli effetti di un fenomeno non più circoscrivibile a un’area delimitata, facendosi domanda di un’offerta agricola velenosa e mortale, solo perché ovviamente più conveniente, esportandola ovunque, le ronde che appiccano i roghi, chi resta indifferente di fronte a tutto questo, pensando che le ecomafie non siano un suo problema. E qui si sbagliano. Perché, quando le ecomafie avranno riempito le nostre terre, verranno a cercarne di notte di nuove nei vostri quartieri, sotto i vostri letti, sporcando i vostri sogni e facendo crollare quella terra su cui oggi ancora sicuri camminate.

La valanga di fango non può arrestarsi da sola, se non si decide di fare qualcosa tutti insieme. C’era un tempo in cui nella mia terra fumava solo il Vesuvio. “Vedi Napoli e poi muori”, scriveva romanticamente Goethe nel 1787 dopo il suo soggiorno a Napoli, a significare che, dopo aver visto tanta bellezza, si poteva anche smettere di vivere, perché mai quegli occhi avrebbero visto qualcosa di più bello. Oggi le sue riflessioni si trasformano in un triste presagio, hanno i toni macabri della morte. Perché a Napoli si muore di leucemia e di tumore. E a fumare oggi non è più il nostro vulcano o la solfatara di Pozzuoli. A Giugliano a fumare è l’ex discarica Resit. Qui non c’è bisogno di appiccare il fuoco per sentire puzza di bruciato. Il materiale tossico sedimentatosi negli anni, si autocombustiona, producendo fumarole continue sotto il naso dei napoletani increduli e delle istituzioni inermi, che avrebbero dovuto bonificare, per effetto della legge 426, quello che nel 1998 fu definito un Sin ossia un sito di interesse nazionale e che, invece, giace lì, nella sua solitudine. Stiamo a guardare, come nel medioevo in piazza si assisteva al rogo delle streghe. Denunce a tutti i livelli istituzionali, proteste e manifestazioni in seguito alla crisi dei rifiuti del 2008, la verità di Saviano con la Sua “Gomorra”, VIP in campo, fuori e dentro i social network, marce di speranza, figure eroiche come quella di Don Patricelli, parroco di Caivano e i volontari dell’ARPAC e di Legambiente, le foto delle mamme di anime innocenti ormai morte per “la malattia” al Papa e al Presidente Giorgio Napolitano. Non si dica che i napoletani sono stati a guardare.

L’amore per la terra dà solo buoni frutti

Tutto tace, nonostante la mobilitazione e la voglia che tutto questo non finisca nel dimenticatoio. Bocche tappate, orecchi sordi, mani legate e un problema sempre pronto, come un jolly da giocare, che ha sempre la priorità su quello che affligge la Campania e che giustifica l’ingiustificabile negligenza. Davide contro Golia. Una corsa contro il tempo, un tempo dove tutto è precario, anche la salute e ti chiedi se tutto questo domani non tocchi anche a te. Ho paura per me e per il mondo che lascio ai miei figli, ai miei nipoti, a una generazione che dovrà faticare per tutto quello che noi non abbiamo saputo lasciare loro. Nella mia terra, quando si scavava, anche solo per creare una metropolitana o per costruire le fondamenta di un palazzo,, veniva fuori la bellezza,, quella antica, armonica, buona dell’accezione greca: statue, intere ville, suppellettili che tutte insieme hanno fatto della Campania la seconda regione italiana con il maggior numero di siti UNESCO. Oggi solo veleni. La mia terra, bella e fiera, si sdraiava sul fianco, riflettendosi narcisa nelle acque di un golfo mozzafiato. Tutto questo mi rammarica, mi turba. Non si può fare finta di nulla. Attiviamoci perché nessuno ci zittisca, perchè questo disastro ambientale riceva l’attenzione che merita. Perché nessuno più venga a raccontarci che, se ci si ammala, è perché non si conduce uno stile di vita sano. Oltre il danno, la beffa. Perché si rendano noti i nomi delle multinazionali che acquistano e commercializzano i prodotti contaminati. A questo link http://www.change.org/it/petizioni/le-iene-segnalate-alla-magistratura-le-aziende-che-acquistano-prodotti-coltivati-nelle-terre-dei-rifiuti-tossici si può firmare la petizione che Le Iene presenteranno, a tal fine, alla magistratura. Abbiamo diritto di sapere cosa finisce sulle nostre tavole. Abbiamo il diritto di proteggere la nostra salute ed è ridicolo che si debba firmare per vedersi garantiti diritti inalienabili. Questo è un problema comunitario. Dovrebbe scendere in campo la Comunità Europea con una task force creata ad hoc e ricordarsi che questo problema, come il tumore che genera, diffonde veloce ovunque le sue metastasi e mangia tutto. Questo è l’inferno dove le fiamme nere e rosse, da sempre come da tradizione dantesca, rappresentano il male. Non subiamone il fascino, ma attiviamoci nel nostro piccolo a spegnerle. Sono cresciuta in un’epoca in cui le pubblicità ci insegnavano che ‘l’amore per la terra da solo buoni frutti’. Mi chiedo perché quelle parole sono rimaste sterilmente intrappolate in quegli schermi, e perché non si è fatto di quei claim pubblicitari il motto per fare bene. Mi chiedo cosa ne è stato di quella mitologica e genuina valle degli orti.

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