La Grande Bellezza

Il famoso acquedotto romano che portava l'acqua nella capitaleTra consensi e “commenti provinciali, retorici, cialtroni, pizzaemandolineschi” come li ha definiti Marco Travaglio su “Il fatto quotidiano”, “La grande bellezza”, il film di Sorrentino uscito nelle sale cinematografiche il 21 Maggio 2013, vince lo scorso 2 Marzo l’Oscar come miglior film in lingua straniera, riportando la dorata statuetta in patria 15 anni dopo la premiazione di “La vita è bella”, il capolavoro di Benigni sulla deportazione ebrea durante la seconda Guerra Mondiale. Un premio che si aggiunge a molti altri assegnati, come il BAFTA e il Golden Globe.

Le critiche

Citando ancora Travaglio, ma evitando inutili ironie, La Grande Bellezza ha suscitato “il patriottismo ritrovato, l’orgoglio tricolore, il riscatto nazionale, l’ottimismo della volontà, la metafora del Paese che rinasce, il sole sui colli fatali di Roma”. E allora? Perché non gioire dell’applauso? Di quei momenti in cui l’Italia conferma il suo inscindibile legame con la bellezza e la magnificenza di un patrimonio storico e culturale d’inestimabile valore? Il binomio andrebbe salvaguardato e, invece, in Italia è tale lo scoramento seminato dalla crisi, non solo economica, che ci si è abituati ormai a essere solo i protagonisti di spiacevoli vicende o di quelle che fanno sorridere d’imbarazzo le grandi potenze mondiali. Polemizziamo sul nostro saper fare, degradandolo a quella “grande bruttezza” o “vuotezza” o “grettezza”, come molti hanno detto, scimmiottando il successo del film distribuito da Medusa. Siamo diventati abili anche nella parodia di noi stessi. Ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. E’ come se l’Italia vivesse imprigionata nei panni di eterna cenerentola e non si aspettasse di ritrovare durante il grande ballo a palazzo né la scarpetta né il principe azzurro. In fondo, se non ci si trova a proprio agio nei panni che si indossano, non ci si può aspettare di piacere agli altri, penseranno i miei connazionali. E’ proprio questa crisi dei valori, prima ancora che economica, il tema del film di Sorrentino. Per gli italiani, forse, guardarlo è stato un po’ come guardarsi allo specchio, vedersi dal di fuori, spiarsi da prospettive diverse e nascoste. In fondo, questo grande capolavoro è una fotografia veritiera del nostro Bel Paese, la riflessione coraggiosa e libera sui nostri tempi, il racconto senza veli e in chiave tragicomica della vita negli ambienti mondani di una grande metropoli come Roma, la sensibile e timida osservazione di chi è parte di un processo di degenerazione che non sa più né come né quando sia nato e non sa nemmeno come fare per interromperlo. A proposito di fotografia. E’ stupenda e porta la firma di Luca Bigazzi. Vedere per credere!

Il film dei grandi contrasti

Uno scorcio di Roma dai suoi pontiJep Gambardella potrebbe nascondersi in tutti quelli dalla vita dissoluta e scadente che credono di essere, invece, i protagonisti della dolce vita, fino a quando poi non si arriva a fare i conti con sè stessi e quello che si ha attorno. Il film punta i riflettori su quell’abitudine al cattivo gusto che rende incapaci di discernimento. Ma il film di Sorrentino è anche un monito, forse un tentativo per scuotere gli assopiti, gli storditi, quelli che non sanno più scorgere la grande bellezza che li circonda e a fare di questa il punto zero, quello in cui si mette in discussione tutto e tutto viene misurato secondo il metro e i parametri di quella bellezza senza pari. La Grande Bellezza è il paradosso Italiano. E a questo paradosso appartiene l’Academy Award of Merit. E’ Il film dai grandi contrasti, degli estremi, punti lontani l’uno dall’altro con al centro la profondità nera del vuoto. La scena iniziale si contrappone a quella finale, al punto che, se si analizzano senza considerare l’intera storia, sembrano quasi appartenere a film diversi, tanto è forte il cambiamento del protagonista. Nella scena iniziale del mega party, la mia preferita (scena in basso), domina in tutta la sua volgarità il “T’ chiavass” di Carlo Buccirosso e la prima frase in assoluto di Jep Gambardella, il protagonista interpretato da Tony Servillo, « A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?” Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella». Il trash di abiti, comportamenti e parole delle scene clou del party stridono col bellissimo monologo finale di Jep, giornalista sciupafemmine e critico teatrale, la promessa non mantenuta del mondo letterario in preda da 40 anni della sindrome da foglio bianco, e che riscopre, grazie all’incontro con una missionaria cattolica nel terzo mondo, il senso e la bellezza della vita nascosta proprio lì sotto il chiacchiericcio e il rumore assordante del vortice della mondanità e delle feste a cui partecipa ogni sera in compagnia dell’alcol e di quei trenini che, come lui afferma tristemente, “non portano da nessuna parte”. I mix assordanti e psichedelici di Bob Sinclair delle feste romane sul palazzo dell’Ina con l’insegna al neon della Martini stonano con gli echi di “I Lie” di David Lang interpretato da i Torino Vocalensemble sul meraviglioso Fontanone del Gianicolo. I piedi e le mani rugose della missionaria mentre sale in ginocchio la scala Santa nella basilica di S.Giovanni in Laterano si contrappongono ai tacchi altissimi delle modelle e delle ballerine dei baccanali, la povertà, quella che “non si racconta ma si vive” della suora stride con l’immagine di preti che si dondolano tranquilli e ignavi su altalene e cardinali che fanno della gola, dell’avarizia e della lussuria i loro peccati preferiti. Le forme morbide delle statue classiche di Galleria Spada nulla hanno a che vedere con le sedute al botox di donne tutte “labbra-zigomi-tette-culo” perennemente a dieta. I tentativi estremi e incomprensibili dell’arte odierna nelle vesti dell’attrice Anita Krovos fanno “a craniate” con la maestosità delle opere artistiche del passato, come l’acquedotto Claudio. Il ridicolo e disperato tentativo di rimanere giovani a tutti i costi fa i conti con lo scorrere inesorabile del tempo e la morte, presenza inevitabile della vita così come del film, e con la quale ogni cosa finisce.

La fauna Sorrentiniana

Nella dettagliata rassegna del meglio di questa società posticcia non manca proprio nessuno: i nobili veri, gli aspiranti tali e quelli presi a noleggio, i giovani confusi e i vecchi che non vogliono invecchiare, la chiesa e i suoi figli smarriti senza fede, i boss che latitano eppur governano, prostitute, attori dentro e fuori il teatro, falliti e frustrati, inetti e suicidi, artisti e presunti tali, prestigiatori, cocainomani, chirurghi estetici e bambini incompresi senza adolescenza, spogliarelliste e ballerine, fedifraghi e fanatici, i coatti e i radical chic. Una bolgia, una grande fauna che fa rumore nella sua spiazzante solitudine. Roma è la bella cornice di una rappresentazione volgare, inutile di una vita fatta di nulla. Jep cercava ispirazione in quella grande bellezza che nei volti della gente dei salotti che frequenta, a ragione, non trova. Persone distratte, annoiate che sull’”orlo della disperazione si fanno compagnia e si prendono un po’ in giro”. “Se Flaubert li avesse conosciuti, avrebbe trovato un valido spunto per il suo ambizioso libro sul niente”, dice Jep in tutto il suo cinismo. Un mondo in cui ci si dimentica presto, dove si pensa poco, dove gli incontri galleggiano sulla superficie dell’occasionalità. Un mondo fatto di trucchi e di illusioni dove di rado ci si chiede alla bretoniana maniera “chi sono” e spesso si ignora che la risposta è solo nelle nostre “radici”, e in questo gli amici, quelli veri, hanno un grande ruolo. Avvicinarci a quelle radici, facendoci sentire “come quando eravamo bambini”.

Bravo Sorrentino. Grande interpretazione di Servillo. Tenero e amaro Verdone nel ruolo di Romano. Bellissima Roma, col suo fascino eterno, senza fine. Questo Premio ha acceso e riacceso l’interesse per la nostra capitale di turisti nuovi e degli estimatori di sempre. Nuovi percorsi turistici nascono sulla scia dei luoghi in cui il film è stato girato. Quanti turisti si perderanno in questa Grande Bellezza? Speriamo solo non vivano la sorte del turista giapponese nella scena iniziale del film.

 

“Finisce sempre cosi con la morte, prima, però, c’è stata la vita nascosta sotto il bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo bla bla bla…Altrove c’è l’altrove, io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio, in fondo, è solo un trucco, si, è solo un trucco.”

Foto di artisiticafotografi

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