Un weekend sotto “Mille splendidi soli”

Mille splendidi soli - Khaled HosseiniUn intero weekend trascorso piacevolmente assorta tra le pagine di “Mille spelendidi Soli”. Sole 48 ore per divorare 403 pagine, riflettere sulla condizione femminile, trovare similitudini e differenze tra le donne di oggi e quelle di ieri, quelle occidentali e quelle orientali, tra quelle che vivono in una terra governata da un presidente donna, come la Germania della Merkel, e quelle che, invece, guardano il mondo dagli angusti e asfissianti spazi delle grate di un burqa.

Le donne nella cultura talebana

“ Mille splendidi Soli ”, il secondo successo del 2007 di Khaled Hosseini, dopo il caso editoriale di “Il cacciatore di aquiloni”, non è solo un intreccio interessante, le cui pagine si fanno leggere con la stessa voracità e ritmo con cui si gusta una ciliegia dietro l’altra, ma è la chiave d’ingresso in un mondo che smetti di giudicare col distacco ignorante di chi lo ascolta comodamente raccontato dai media occidentali. Il romanzo di Hosseini è il tentativo riuscito di mostrarti un paese, l’Afghanistan, e la storia dei suoi ultimi 40 anni da un punto di vista completamente diverso, quello delle donne, soffocato e soffocante, con uno stile semplice, chiaro, inequivocabile. E’ proprio questa prospettiva “dal basso”, che trasforma una storia appassionante in un’illuminazione, in quella sensazione piacevole e allo stesso tempo amara di aver imparato qualcosa “in più”, di aver scoperto, capito e com-patito, e di sentirsi, all’ultima pagina, trasformate, diverse, come se le protagoniste di quel lungo percorso fossimo state noi. Attraverso Nana, Mariam, Laila, Aziza e le altre protagoniste senza voce e senza volto del suo romanzo, eppure così ampiamente descritte, proprio allo scopo di dare loro una giusta caratterizzazione che le renda finalmente umane, Hosseini ci conduce di donna in donna a Kabul, città dilaniata prima dalla guerra contro i Sovietici e poi dalla guerriglia tra fazioni rivali. Tra ricordi in flashback, sogni, desideri immaginati e mai espressi in flashforward, eventi storici e peripezie di vita quotidiana, le vite di Mariam e Laila si intersecano in maniera magnificamente naturale. Ogni sacrificio trova senso in questo incontro, che risulta essere il motore che spinge ad andare avanti. A fare da sfondo a questa meravigliosa storia di amore e speranza nomi noti, artefici di incomprensibili leggi, di relazioni internazionali precarie e oscure, oggetto di manipolazioni e di usi distorti e illegittimi: Najibullah, Massud, Bin Laden, mujaheddin, talebani, sharia, jihad. Le donne di “Mille splendidi Soli” devono combattere, però, una guerra ben più atroce di quella che uccide i propri figli quando non li mutila con le sue mine antiuomo, che le stupra insieme alle proprie madri prima di torturarle, rapirle, venderle al mercato della prostituzione, che mette in fuga verso il Pakistan e l’Iran i propri affetti, che stermina al fronte o solo ad un incrocio i papà e i mariti. Sono donne che prima di affrontare la guerra fuori le porte delle proprie case semplici, che profumano di curcuma e zenzero, devono sopravvivere alla guerra che si svolge tra le 4 mura domestiche. Sono donne vittime di mariti legittimati a ridurle in schiavitù, strappate troppo in fretta alla propria adolescenza, date in matrimonio controvoglia a uomini anche 40 anni più vecchi, costrette a sposarsi anche a dodici anni e a spartirsi il talamo nuziale con più donne, a subire le violenze sessuali di uomini prepotenti e meschini, che le picchiano fino a ferirle, se non ad ucciderle per una zuppa troppo salata, per un’opinione non richiesta o per uno sguardo di sfida, per una notte negata, per una creatura di sesso femminile messa al mondo, incarcerate o lapidate per il disperato tentativo di ribellarsi al proprio aguzzino o anche solo di scappare. Tutte uguali, indegne e senza valore, senza il diritto di studiare e lavorare, ma solo di obbedire e sopportare. Sempre accompagnate da un uomo e mai a viso scoperto per le strade della città, eppure sole. Non indipendenti, per questo costrette a soccombere per vivere. Serve, schiave dei propri mariti, dell’estremismo delle regole talebane che nega loro diritti inalienabili, che le nasconde, se non in casa, sotto una lunga veste, che non le vuole. Senza diritti, dunque, solo perché donne. Colpisce la frase di Nana a Mariam “Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa. Sempre…”. Eppure come lo stesso Hosseini scrive “una società non ha nessuna possibilità di progredire se le sue donne sono ignoranti, nessuna possibilità”.

Essere donna da oriente a Occidente

Ho provato davvero tanta pena, disgusto, un forte senso di rivalsa, necessità di prestare soccorso, ma poi mi sono rasserenata, quando ho letto di uomini diversi come Tariq e Hakim, rare eccezioni in un sistema maschilista, quando ho preso coscienza della incredibile e straordinaria forza di queste donne che, con coraggio, resistono, sperano e amano, nonostante il loro destino e i passati strazianti. Amano spesso non avendo mai ricevuto amore. Le ho ammirate. Le ho volute bene. Non le ho viste come diverse, solo perché appartenenti a un’altra cultura. Donne come me, come noi che, seppur nate e cresciute in quella parte di mondo in cui le nostre mamme hanno preteso la parità dei sessi nelle loro battaglie femministe, abbiamo in comune con le donne afghane molto più di quanto immaginiamo. Abbiamo la loro caparbietà, il loro spirito di sacrificio, la tolleranza, la devozione e l’amore per la famiglia, la forza di combattere contro le vessazioni di una società in cui siamo automi multitasking e di un mondo del lavoro che spesso dimentica che, prima di essere lavoratrici, siamo generatrici di vita e per questo da proteggere, non da evitare o mobbizzare. Purtroppo, spesso, ci accomunano storie simili e simili destini. Anche nel nostro mondo moderno esistono donne come Mariam e Laila. Penso a mia madre, a quello che è stata, alla sua pazienza, ai suoi sacrifici che solo oggi, da adulta, capisco. Alla sua vita e all’esempio che mi ha dato. Ai suoi insegnamenti taciti e impliciti. E poi d’un tratto, penso che non bisogna andare tanto indietro nel tempo, a ritroso nelle vecchie generazioni e non bisogna nemmeno macinare tanti chilometri per rendersi conto che, nelle nostre città benpensanti e progredite, nei nostri quartieri e forse dietro la porta accanto alla nostra, si nasconde o forse urla quella Mariam afghana, vittima di quell’ondata di omicidi che sta infiammando anche l’Italia, dove ancora si fatica a creare sistemi di difesa legislativa contro lo stalking e il femminicidio. Ma penso anche alle donne che saremo nel futuro, alle nostre figlie e mi chiedo se sapranno trattare con intelligenza il tema dell’emancipazione femminile, ancora oggi oggetto di errate interpretazioni, col pericolo, sempre in agguato, che diventi sinonimo di “pari diritti a tutti i costi” che schiacciano, anzicchè esaltare, differenze che vanno, invece, salvaguardate e protette, perché sinonimo di ricchezza.

Un libro che non può mancare nella nostra libreria. Con un lieto fine non scontato, perché non è mai scontata la speranza che non dobbiamo mai abbandonare. Siamo noi, tutte uguali, siamo donne accomunate da quei mille splendidi soli che ci portiamo dentro. Da sempre, ovunque. Capaci di rinascere come il sole ogni giorno.

Avete letto questo libro? Vi è piaciuto? Quali sensazioni e riflessioni ha scatenato?
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